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La fitoterapia moderna e l’uso delle piante fresche

Nel suo processo evolutivo l’uomo guidato da un istinto primordiale ha utilizzato le piante per i suoi bisogni:
Da un’alimentazione, all’inizio, rigorosamente carnivora ha imparato, nel tempo, ad utilizzare le piante a scopo nutritivo. L’origine della fitoterapia, oltre che nell’imitazione degli animali, che quando sono malati si nutrono istintivamente di determinate piante, è nata dall’osservazione che alcune piante, assunte come alimenti, possedevano un effetto terapeutico. Si desume da ciò che la terapia con l’utilizzo delle piante, così come per tutte le metodiche terapeutiche primordiali o primitive, si è basata su osservazioni empiriche. Spesso tale empirismo si è combinato con pratiche magiche o religiose finalizzate comunque ad uno scopo nobile: il sollievo del malato.
E’ stato questo, della medicina dei primitivi, un passaggio ineluttabile senza il quale le medicine egizia, indiana, cinese, etrusca, greca e romana non avrebbero potuto nascere e progredire.
Dall’empirismo dei primi sacerdoti, epoca di una “medicina istintiva”, si è passati ad una seconda fase da alcuni storici chiamata “medicina magica demonistica e sacerdotale”, cui ne è seguita una terza nella quale il sacerdote, forte della propria ed e dell’altrui esperienza, ha preso coscienza dei benefici offerti dalle piante salutari.
La scoperta delle piante medicinali ha rappresentato per l’umanità un passaggio essenziale nella storia della medicina. Ovviamente la storia della medicina è costellata di numerose vittime che si sono immolate sull’altare della scienza: infatti non è dato saper quante furono le inconsapevoli vittime dei vari tipi di piante prima di comprendere quali fossero quelle dotate di effetti terapeutici e quali quelle velenose.
Il sacerdote-cerusico ha utilizzato, infine, quelle piante che si sono mostrate utili, semplicemente osservando gli effetti, senza tentare di dare una spiegazione razionale o quanto meno quella che oggi suole definirsi “validazione scientifica”.
Ad un certo momento però i sacerdoti hanno cercato di allontanarsi dalle pratiche esoteriche che accompagnavano molti rituali di guarigione, tentando di comprendere quali erano le specificità terapeutiche di ogni pianta, con un’osservazione più rigorosa dell’effetto ottenuto sui vari organi.
Un passaggio interessante, per il vasto seguito che ebbe per un lungo periodo, fu quello della cosiddetta dottrina delle “segnature”, che ebbe il massimo favore nel Medioevo quando Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus ab Honhenheim detto Paracelso (Einsiedlen 1494 –1541) ne diventò il più convinto propugnatore.
Paracelso rompendo con la tradizione galenica ha messo in rilievo i concetti ippocratici dimenticati “Se la natura si difende per se stessa, curerà da sola le malattie. Possiede per curarle un metodo sicuro che il medico ignora. Per cui egli è unicamente il Ministro e difensore della Natura”.
La sua dottrina si basava sulla radicata convinzione che tutte le piante esistessero sulla terra a beneficio dell’uomo e Dio, al fine di indirizzarlo ad una giusta scelta, aveva marcato ogni pianta con un “segno”. Paracelso diede però eccessiva importanza alle stimmate, cioè interpretò l’apparenza del prodotto naturale (la forma, il colore, ecc) come proprietà terapeutiche, per esempio: la foglia del cardo punge come aghi, quindi la pianta per le punture è il cardo; il Chelidonium forniva un succo molto simile alla bile quindi era utile alla cura del fegato; il succo rosso della sanguinaria faceva si che essa (Geraneum sanguineum) fosse utile per la cura delle malattie del sangue.
E’ però nel periodo rinascimentale che, sulle basi poste dalla nascita delle scuole mediche laiche e delle università (Scuola Medica Salernitana e Università di Montpellier – secoli XI-XIII), si giunge alla creazione di orti botanici nei quali gli studiosi avevano la possibilità di compiere studi ed esperimenti sulle piante fresche svolgendo anche una funzione di controllo sulla qualità e genuinità delle piante medicinali commercializzate.
Ci si allontanava, finalmente e definitivamente, dall’empirismo grazie al progredire delle conoscenze della chimica ed alla messa a punto di apparecchiature dedicate alla ricerca quali-quantitativa.

La metodologia di ricerca raggiungeva, per l’epoca, il suo acme con gli studi di Carlo Linneo (1707-1778) con la pubblicazione della sua opera Sistema Naturae. Linneo introducendo il principio della distribuzione dei sessi nei fiori stabilisce un originale metodo di classificazione delle piante.
Egli distingue due grandi branche: le Crittogame, con stami e pistilli invisibili ad occhio nudo, e le Fanerogame nelle quali gli organi riproduttivi sono visibili.
In seguito, grazie ad un razionalismo sempre più esigente, si giunge alla moderna fitomedicina che, per essere considerata una scienza rigorosa, ha necessità di seguire una codifica delle regole di raccolta, preparazione ed utilizzazione delle piante medicinali, e ciò è contenuto principalmente nelle farmacopee ufficiali francese e tedesca.
Ma è divenuto altresì importante isolare e conoscere i singoli principi attivi e comprendere le ragioni di un’attività terapeutica diversa, manifestata da questi, rispetto a quella ottenuta dall’utilizzo del fitocomplesso in toto.
Essa deve impiegare preparati standardizzati in studi clinici e di sicurezza che vengono disegnati, realizzati ed analizzati in conformità ai moderni standards per qualsiasi studio clinico.
Così facendo la fitomedicina si pone come punto di sintesi di studi di fitochimica, biochimica, fitofarmacologia e fitoterapia realizzando un modello, razionale ed accettabile, basato sull’utilizzo di sostanze di origine naturale.
La necessità di presentare un’azione riproducibile all’interno di un determinato range di condizioni di utilizzo fa passare gli studi sulle piante medicinali attraverso le medesime fasi degli studi sui prodotti di sintesi: studio in vitro, in vivo su animali e infine sull’uomo. Ovviamente per gli estratti di piante le difficoltà sono maggiori che per una sostanza di sintesi. Quest’ultima ha un’azione specifica definita dalla sua interazione con uno o più substrati anatomici, mentre nel caso di un estratto naturale di piante si tratta di testare l’azione di differenti classi di sostanze che, utilizzando le sinergie o gli antagonismi, attenuano o esacerbano le proprietà farmacologiche e/o quelle tossiche della pianta stessa.
E’ per questo insieme di azioni e proprietà che si parla di fitocomplesso.
Essendo costretti a considerare l’estrema variabilità della composizione a seconda del luogo o del tempo di raccolta della pianta, nonché delle modalità di conservazione, estrazione e lavorazione, o ancora se viene utilizzata la pianta in toto o sue parti, diventa difficile estrapolare qualsiasi dato obiettivo.
Una soluzione parziale al problema è rappresentata dalla possibilità di standardizzare il preparato per il contenuto di principi attivi e verificare la singola azione di questi.
Ad esempio se si analizza un preparato a base di aglio, il fatto di poter determinare il contenuto di allicina consente di potersi attendere che quel preparato manifesterà, quanto meno, l’azione farmacologica dell’allicina a quelle dosi.
La soluzione dicevamo essere parziale, in quanto le altre componenti della pianta possono interferire con l’azione farmacologica del principio attivo standardizzato. E’ consolidata la considerazione che l’effetto di estratti delle piante in toto non corrisponde alla somma delle loro singole parti.
In considerazione del fatto che l’utilizzo di estratti di piante in toto non rappresenta un’appetibile possibilità di impiego per l’industria farmaceutica, e poiché per moltissimi principi attivi esistono reali problemi di standardizzazione, molte farmacopee accettano l’utilizzo dei fitocomplessi anche in assenza di dati sperimentali, se già impiegati per lungo tempo nelle tradizioni di alcune popolazioni con una specifica indicazione (criterio di efficacia) in assenza di manifestazioni tossiche (criterio di sicurezza).
Ciò ha indotto l’OMS in un documento (WHO/TRM/GPA/90.2) a definire quella che chiama “dottrina della sicurezza ragionevole”. Partendo dalla riflessione che “i requisiti tossicologici pre-trial, per tutti i farmaci, sono basati sull’uso proposto del farmaco e sull’informazione disponibile riguardante le interazioni del farmaco con i sistemi biologici, e che i prodotti della medicina tradizionale di solito hanno una lunga storia di utilizzo sull’uomo…” conclude affermando che “…se gli effetti collaterali fossero gravi ed appariscenti, l’uso delle preparazioni sarebbe stato sospeso dai terapeuti tradizionali”.
Dopo questo rapido e non certamente esaustivo excursus storico, vediamo quindi cosa intendiamo modernamente per fitoterapia.
In qualunque tipo di trattazione, che sia semplicemente divulgativa o prettamente scientifica, è essenziale che sia chiaro il linguaggio e che tutti condividano il significato dei termini. E’ opportuno a questo punto fornirci di una terminologia comune, che ci consenta di avere riferimenti ben precisi nel corso della trattazione; ed è per questo motivo che riprendiamo delle definizioni.
Per droga si definisce la pianta intera o la parte contenente la massima concentrazione di principi attivi, utilizzata a scopo terapeutico.
Talvolta però si utilizza il termine semplice, già presente negli scritti di Galeno, ad indicare la singola pianta medicinale oppure il termine erba officinale che viene utilizzato per la prima volta (secolo XII) presso l’Università di Montpellier erede della Scuola salernitana.
Il termine species, originato nel XVIII secolo, è dedicato alle tisane ed indica miscele di piante attive sui vari apparati (es. tisana stomachica, carminativa, diuretica, emmenagoga, ecc).
La fitoterapia è un metodo terapeutico che utilizza l’attività farmacologica di fitocomplessi i cui principi attivi sono estratti dalle piante mediante un solvente appropriato.
Il fitocomplesso, lo ribadiamo, è considerato come un’unità biochimica unitaria e dinamica costituita da un insieme di principi attivi che agisce grazie all’azione complementare e sinergizzante dei singoli costituenti.
Con l’utilizzo del fitocomplesso viene ridotto il rischio di assuefazione e tossicità mantenendo un effetto farmacologico efficace.
I principi attivi contenuti nei fitocomplessi sono definiti:
• eterosidi antocianici: presenti nei fiori di colore blu, rosso, viola; hanno azione capillaroprotettiva, ipoglicemizzante e collagenostimolante. Li ritroviamo in Hibiscus sabdariffa, Malva sylvestris, Rubus idaeus (lampone), Vaccinum myrtillus (mirtillo nero), Vaccinum vitis idaea (Mirtillo rosso);
• eterosidi antrachinonici: aloe-emodina, frangula-emodina, reina.Azione lassativa o purgante secondo la dose. Li ritroviamo in Aloe ferox, Hypericum perforatum, Rhamnus frangula, Rhamnus catharticus, Rhamnus purshiana, Rheum officinale, Rumex acetosa;
• eterosidi cardiocinetici: organotropismo cardiaco con effetto cardiotonico ed antiaritmico. Effetto inotropo positivo, dromotropo negativo. Li ritroviamo in Adonis vernalis, Convallaria majalis, Digitalis lanata, Digitalis lutea, Digitalsi purpurea, Gratiola officinalis, Helleborus niger, Nerium oleander, Nymphea alba, Urginea marittima;
• eterosidi cianogenetici: liberano acido cianidrico, veleno cellulare che inibisce gli enzimi della catena respiratoria dei mitocondri, letale alla dose di 50-200 mg. Li ritroviamo in Prunus amygdalus (mandorlo), Prunus laurocerasus (lauroceraso), Prunus Spinosa (albicocco).
• eterosidi cumarinici: liberano un aglicone, la cumarina ad azione anticoagulante, vasodilatatrice, fotosensibilizzante e spasmolitica. Li ritroviamo in Aesculus hippocastanum, Ammi majus, Ammi visnaga, Asperula odorata, Avena sativa, Fraxinus excelsior, Heracleum spondyilium, Hieracium pilosella, Matricaria chamomilla, Melilotus officinalis, Pastinaca sativa;.
• eterosidi flavonici: liberano un aglicone costituito da flavonoidi, composti di colore giallo derivati dal cromone. Particolarmente ricchi in flavonoidi sono le Composite. Hanno azione diuretica, spasmolitica, riducente la permeabilità e la fragilità capillare. Li ritroviamo in Calendula officinalis, Crataegus oxiacantha, Equisetum arvense, Helianthus annuus, Glycyrrhiza glabra, Lamium album, Polygonum aviculare, Ruta graveolens, Sambucus nigra;.
• eterosidi idrochinonici: con azione antisettica, principi attivi più noti l’arbutina e la metilarbutina presenti in quantità soprattutto nelle Ericacee. Hanno azione antisettica urinaria e la loro azione viene potenziata dai tannini. Li ritroviamo in Arbutus unedo (corbezzolo), Arctostaphylos uva ursi, Calluna vulgaris (Erica brugo), Ledum palustre, Vaccinum myrtillus (mirtillo nero), Vaccinum vitis idaea (mirtillo rosso);
• eterosidi iridoidi: principi attivi più noti sono l’arpagoside, l’arpagide e l’aucuboside. Hanno azione antinfiammatoria, analgesica e antireumatica. Li ritroviamo in Ajuga reptans (bugola o consolida minore), Harpagophytum procumbens, Plantago major, Plantago lanceolata, Scrofularia nodosa, Verbascum thapsus.
• eterosidi salicilici: con azione antinfiammatoria, antipiretica, antireumatica, sudorifera. Li ritroviamo in Betulla alba, Gautheria procumbens, Populus nigra, Salix alba, Spirea ulmaria.
• eterosidi solforati: presenti soprattutto nelle Crocifere e Liliacee. Possiedono azione mucolitica, antinfiammatoria, antireumatica. Per l’azione revulsiva vengono utilizzati per via topica in artralgie, mialgie, nevralgie. Li ritroviamo in Allium cepa, Allim porrum, Allium sativum, Allim ursinum, Brassica napo, Brassica nigra, Brassica rapa, Cheiranthus cheiri, Coclearia officinalis, Raphanus sativus, Sinapsi alba, Sisymbrium officinale (Erisimo).
• tannini: si tratta di composti polifenolici con la capacità di tannare le pelli trasformandole in cuoio. Sono particolarmente presenti nelle Ericacee, Rosacee, Salicacee, Leguminose, Hamamelidacee, Junglandacee, Poligonacee. Svolgono azione antinfiammatoria, vasocostrittrice, antiedemigena, antidiarroica, emostatica, antibiotica antivirale. Li ritroviamo in Adiantum capillus veneris, Acrimonia eupatoria, Ajuga reptans, Alchemilla vulgaris, Alnus glutinosa, Arbutus unedo, castanea sativa, Fagus selvatica, Fragaria vesca, Glechoma hederacea, Hamamelis virginiana, Juglans regia, Lythum salicaria, Polygonum bistorta, Potentilla erecta, Quercus robur, Rubus fructicosus, Ulmus campestris, Vaccinum myrtillus, Vaccinum vitis idaea.
• alcaloidi: presenti nelle Papaveracee, si presentano allo stato liquido o cristallino. Hanno azione eccitante o depressiva sul sistema nervoso centrale, sul circolo, sul respiro. Hanno anche azione antiparassitaria. Li ritroviamo in Aconitum napellus, Atropa belladonna, Berberis vulgaris, Bryonia alba, Buxus sempervirens, Capsicum annuum, Chelidonium majus, Cicuta virosa, Colchicum autumnale, Conium maculatum, Cytisus scoparius, Datura stramonium, Fumaria officinalis, Galega officianlis, Hyoscyamus niger, Lathyrus sativus, Leonurus cardiaca, Mahonia aquifolium, Nicotina tabacum, Papaver rhoeas, Papaver somniferum, Petasites hybridus, Physalis alkekengi, Senecio jacobaea, Senecio vulgaris, Solanum dulcamara, Tuxus baccata, Veratrum album, Viscum album.
• saponine: sono eterosidi solubili in acqua che producono schiuma per diminuzione della tensione superficiale. Svolgono azione antinfiammatoria, flebotonica, cicatrizzante, eupeptica, espettorante. Li ritroviamo in Aesculus Hippocastanum, Anagallis arvensis. Asparagus officinalis, Bellis perennis, Glycyrhiza glabra, Hedera helix, Nigella sativa, Paris quadrifolia, Primula veris, Sanicula europea, Saponaria officinalis, Solidago virga aurea, Verbascum thapsus, Viola tricolor, Zea mais.
• oli essenziali: miscele di sostanze volatili, aromatiche estratte per distillazione in corrente di vapore o per spremitura. Hanno attività antisettica, eupeptica, espettorante, diuretica, antireumatica, vasoattiva, sedativa, stimolante, antinfiammatoria, antiparassitaria e normalizzano il ciclo mestruale. Li ritroviamo in Achillea millefolium, Acoruis calamus, Angelica archangelica, Anthemis nobilis, Apium graveolens, Arctium lappa, Arnica montana, Artemisia dracunculus, Artemisia vulgaris, Calendula officinalis, Carum carvi, Chrysantemum parthenium, Curcuma longa, Foeniculum vulgare, Hyssopus officinalis, Inula helenium, Juniperus, communis, Lavandola officinalis, Majorana hortensis, Marrubium vulgare, Matricaria camomilla, Melissa officinalis, Menta piperita, Origanum vulgare, Pimpinella anisum, Pinus silvestris, Rosmarinus officinalis, Salvia officinalis, Thymus serpyllum, Tilia cordata, Valeriana officinalis, Verbena officinalis.
• amari: sostanze chimiche varie che hanno in comune il sapore amaro capace di indurre un’aumentata secrezione di succhi gastrici. Appartengono alla famiglia delle Composite e delle Genzianacee. Hanno azione eupeptica, stimolante le secrezioni gastriche, coleretica, colagogo, tonica. Li ritroviamo in Artemisia absinthium, Cicoria invidia, Cichorium inthybus, Cynara scolymus, Eupatorium cannabium, Genziana lutea, Humulus lupulus, Ilex aquifolium, Lactuca virosa, Lonicera caprifolium, Lycopus europaeus, Menyanthes trifoliata, Silybum marianum, Taraxacum officinale, Veronica officinalis, Viburnum opulus.
• mucillagini: polisaccaridi che si rigonfiano a contatto con l’acqua, hanno azione sedativa della tosse, emolliente, antinfiammatoria, lassativa e protettiva delle mucose. Gomme: danno origine a soluzioni colloidali adesive; proteggono la mucosa gastrointestinale. Li ritroviamo in Acacia Senegal, Altea officinalis, Fucus vesiculosus, Laminaria digitata, Malva sylvestris.
• resine: essudati vegetali associate agli oli essenziali con cui formano i balsami: hanno azione lassativa, purgante, antisettica, antilitiasica., antisettica, battericida ed espettorante. Li ritroviamo in Bryonia dioica, Citrullus colocynthis, Commiphofara myrrha, Euphorbia resinifera, Ipomea purga, Podophyllum peltatum.
• vitamine: sono micronutrienti essenziali alla vita. Hanno azione endocrina, epitelioprotettiva, neurotrofica, antianemica, antiossidante. Li ritroviamo in Daucus carota, Emblica officinalis, Lactuca sativa, Linum usitatissimum, Malva silvestris, Medicago sativa, ribes nigrum, Rosa canina, Solanum lycopersicum, Trigonella foenum graecum.
• enzimi: molecole proteiche che funzionano da biocatalizzatori. Hanno azione eupeptica ed antinfiammatoria. Li ritroviamo in Ananassa sativa, Urtica urens.
• oligoelementi e minerali: presenti nel corpo umano a concentrazione inferiore allo 0,01 %. Hanno funzioni catalitizzatrici per i processi enzimatici. Li ritroviamo in Ananassa sativa, Equisetum arvense, Urtica dioica, Zingiber officinale.


Diverse sono le forme di preparazione delle droghe, per l’utilizzo da pianta fresca tratteremo delle Tinture Madri (T.M.). Le TM si ottengono dalle piante fresche o parti di esse messe a macerare in alcool. Le piante secche sono utilizzate solo quando l’eccessiva distanza tra il punto di raccolta della pianta ed il luogo di trattamento può farle giungere con delle caratteristiche organolettiche non più corrispondenti a quelle della pianta fresca e quindi inutilizzabile.
In Europa, per la preparazione delle TM vengono utilizzate due metodiche: quella francese e quella tedesca. La farmacopea tedesca ammette anche l’impiego di piante secche o congelate.
La farmacopea francese prevede che le TM devono essere ottenute da piante fresche, cresciute nel loro habitat naturale e raccolte nel periodo balsamico, fatte macerare in alcool ad un grado alcolico tale che il rapporto ponderale tra la pianta disidratata e la tintura ottenuta sia uguale a 1/10.
Effettuato l’esame botanico, la pulitura ed il taglio, si procede alla determinazione del peso costante ponendole in stufa a 100-105° C.
Si passa quindi al processo di macerazione: la droga viene posta in una miscela di acqua ed alcool, in recipienti neutri per almeno 10 giorni, in modo tale da ottenere una tintura che abbia il grado alcolico richiesto dalla monografia ad un rapporto tra solvente e pianta disidratata di 1/10 (10%).
Successivamente si fa decantare il liquido ottenuto, si filtra e si spreme a pressione costante il residuo; si riuniscono i due liquidi e si filtra nuovamente, infine si aggiusta il titolo alcolico se la monografia lo richiede.
Posologia consigliata per l’uso dei fitoterapici
Adulto 30 gtt da 1 a 3 volte al dì
Bambino 10 gtt da 1 a 3 volte al dì
Adolescente 20 gtt da 1 a 3 volte al dì
Anziano 20 gtt da 1 a 3 volte al dì

Per trattamenti prolungati si segue la regola dei 2/3 cioè 20 giorni di trattamento, al mese, con 10 di pausa.

Un settore importante della fitomedicina è rappresentato da formulazioni particolari di estratti di piante chiamate gemmoterapici.

“Vi sono forze diverse nelle gemme, nelle foglie, nei bocci, nei frutti acerbi, nei frutti maturi…Quindi si deve rivolgere la propria attenzione dal primo germoglio sopravvenuto, all’ultimo, giacché così è la natura… Così c’è una maturazione per i giovani germogli, una per le fronde, una per i fiori, una per le fibre, una per i succhi, una per le foglie, una per i frutti”(Paracelso)
Lo studio dell’effetto terapeutico delle gemme e dei tessuti embrionari degli arbusti, sviluppatosi dall’inizio degli anni ’50 seguendo l’intuizione di Paracelso, è indubbio merito del medico belga Pol Henry.
Egli studia in modo sistematico i singoli gemmoderivati annotando le modificazioni che sono in grado di determinare negli animali, cogliendo così, di ognuno di essi, l’attività terapeutica specifica.
Volendo darne una definizione, possiamo dire che si tratta di un metodo terapeutico basato sulla somministrazione di tessuti freschi vegetali allo stato embrionale (gemme, giovani getti, giovani radici, ecc.) i cui principi attivi vengono estratti mediante un processo di macerazione a freddo in un particolare solvente costituito da acqua, alcool e glicerina.

Pol Henry ha quindi proposto questo metodo terapeutico basandosi sul presupposto che le piante, nel loro primo sviluppo, contengano sostanze con caratteristiche uniche sia per la qualità che per la quantità. Egli ha basato la propria ricerca sullo studio delle variazioni del profilo proteico, rilevate mediante l’elettroforesi. Secondo lo studioso belga negli embrioni delle piante sono presenti sostanze capaci di determinare specifiche variazioni del profilo proteico dell’individuo da trattare.
I suoi studi, di laboratorio, sono in seguito stati sviluppati da altri insigni studiosi francesi come Martin, Pasqualet, ma in particolare da Netien dell’Università di Lione a cui si devono i rigorosi controlli di laboratorio sui gemmoderivati e la metodologia di indagine per la ricerca ed il dosaggio di alcuni principi attivi mediante studio cromatografico.
Per gli studi clinici è doveroso citare i dottori Tetau e Bergeret considerati maestri fondatori della Gemmoterapia Clinica.
L’osservazione che i tessuti embrionali si caratterizzano per un intenso ritmo di moltiplicazione cellulare in cui i processi anabolici sono preponderanti, giustifica la conclusione che il gemmoderivato può essere considerato un concentrato di energia vitale, capace di attivare numerosi processi biologici dell’organismo.
Sono state evidenziate nei tessuti vegetali embrionali delle sostanze come le auxine e le girebelline, dei fattori di crescita, enzimi e proteine degli acidi nucleici, e si è potuto constatare che molti di questi principi attivi, contenuti in notevole quantità nelle gemme, si ritrovano poi solo in tracce nelle parti adulte delle piante.
I derivati di tessuti embrionali, per la presenza di biostimoline tissutali, sono in grado di determinare una notevole stimolazione degli emuntori naturali e di esercitare un’azione di stimolo sul Sistema Reticolo Endoteliale (SRE).

Poiché tale sistema, presente nelle ghiandole linfatiche , nella milza, nel fegato, nel midollo osseo e nei polmoni è, con i globuli della serie bianca, deputato all’azione di difesa contro gli agenti patogeni, esercitando un’attività prima fagocitarla ed in seguito eliminatrice, i gemmoderivati, con la loro azione di stimolo del sistema, favoriscono sia l’azione antinfiammatoria che disintossicante.
Le loro proprietà hanno avuto un riscontro sia sperimentale che clinico.
Ad esempio si è visto che Betula pubescens (betulla) offre attività stimolante sul sistema reticolo endoteliale inducendo una rapida eliminazione di sostanze tossiche dal sangue.
Ribes nigrum (ribes nero) ha una diversa composizione chimica tra l’estratto delle gemme e quello delle foglie della pianta adulta. Le gemme sono dotate di azione stimolante sulla corteccia delle ghiandole surrenali e manifestano azione inibitrice sui processi infiammatori.
Tilia tomentosa (tiglio) potenzia del 20% l’attività del Thiopental raddoppiando la durata del sonno nelle cavie da esperimento.

Scrive Max Tetau:"La gemmoterapia clinica è certamente un apporto interessante per il medico di formazione ippocratica, sia egli omeopata, allopata, generico o specialista. Trattando apparato per apparato, organo per organo, il metodo aumenta le difese tessutali e ristabilisce i metabolismi locali alterati. Per la sua azione elettiva sui vari emuntori del corpo umano e per la stimolazione più generale che esercita sul sistema reticolo-endoteliale, la gemmoterapia assicura una profonda e durevole disintossicazione, che pone l’organismo nelle migliori condizioni. Sprovvista di qualunque tossicità, nonostante la sua efficacia, essa si integra perfettamente nell’ideale terapeutico definito da Ippocrate – Se la natura non è sufficiente per la guarigione, l’Arte insegna ad esercitare dolci sforzi, disturbandola in modo che essa si liberi senza alcun rischio da ciò che la sovraccarica"

La preparazione dei gemmoderivati è codificata nella monografia “Preparazioni omeopatiche” riportata nella Farmacopea francese 8a edizione del 1965.
In essa sono specificate le parti vegetali che devono essere utilizzate: gemme, giovani getti o germogli (gemme appena schiuse), giovani radici, scorza delle radici, semi e scorza dei giovani fusti.
Le parti vegetali vengono raccolte nel tempo balsamico, considerato solitamente alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera, epoca in cui è massima la concentrazione dei principi attivi che li caratterizzano. Sono quindi sottoposte, allo stato fresco, a ripulitura, triturazione, determinazione dello stato di umidità ed infine macerazione.
Su un campione vegetale, appena raccolto, si determina il “peso disidratato” ponendolo in una stufa a 105° e lasciandolo fino al raggiungimento di peso costante.
Il materiale vegetale fresco viene poi posto a macerare per 21 gg., agitando quanto basta, in una miscela di alcool e glicerina la cui quantità è calcolata in modo da ottenere un prodotto finale che corrisponde a 20 volte il peso della materia prima riportata allo stato secco.
Segue decantazione e filtrazione sotto pressione costante di 100 bar, quindi un riposo del filtrato per 48 ore seguito da ulteriore filtrazione dalla quale si ottiene il M.G.
La diluizione richiesta per i gemmoderivati è la prima Decimale Hahnemanniana (1 DH) che si ottiene diluendo una parte del preparato base in 9 parti di miscela contenete 50 parti in peso di glicerina, 30 parti di alcool e 20 parti di acqua.
100 grammi di macerato alla 1DH contengono quindi i prodotti d’estrazione di 0,50 g. di gemme disidratate, ad eccezione di Viscum album che è alla 1 CH (100 gr corrispondono a 0,05 g di giovani getti disidratati).
Il grado alcolico raggiunto è solitamente di 38°.
La farmacopea Francese raccomanda che siano conservati al riparo dalla luce, in recipienti ben chiusi e consumati nell’arco di 5 anni dalla preparazione.
Nella farmacopea francese esistono 55 gemmoderivati che, come abbiamo già detto, ad eccezione di Viscum album (che è alla 1 CH), sono tutti alla 1 Decimale Hahnemanniana. Alcuni di questi 55 gemmoderivati sono ottenuti dalla stessa pianta, ma da parti differenti, aventi ciascuna specifiche proprietà. A titolo di esempio, di Betula pubescens otteniamo diversi preparati utilizzando le gemme, gli amenti, la scorza o le giovani radici.
Posologia consigliata per l’uso dei gemmoterapici
Adulto 50 gtt da 1 a 3 volte al dì
Bambino 20 gtt da 1 a 3 volte al dì
Adolescente 35 gtt da 1 a 3 volte al dì
Anziano 35 gtt da 1 a 3 volte al dì

Si somministrano diluiti in un po’ di acqua minerale lasciati in bocca per un minuto circa prima di essere deglutiti, generalmente un quarto d’ora prima dei pasti
Per somministrazioni prolungate si ricorre alla regola dei 2/3 cioè si somministrano per 20 gg al mese con 10 di pausa.

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